Skip to content

Lambrate? Una miscela di dolce e amaro. Intervista ad Andrea Meazza della Torrefazione Consolini

 

C’è un posto, su via Rombon 29, a pochi passi dalla farmacia dove, mentre le macchine scorrazzano o aspettano impazienti che scatti il semaforo, il tempo sembra essersi fermato.

Dove basta entrare un attimo per ubriacarsi di odori e colori e dove, se si ha pazienza e voglia di perdere tempo (che poi non è affatto perso), si riesce a trovare un pezzo della Lambrate che fu e tanto della Lambrate che è adesso e che forse resterà in futuro.

Parliamo della Torrefazione Consolini che esiste, con storie alterne, dal 1964. A raccontarmele, mentre mi ubriaco di caffè e chiedo se posso prenderne uno (“No, non abbiamo la macchinetta” ma lo proverò con grande soddisfazione a casa) è Andrea Meazza che, con i suoi aneddoti e il suo amore per Lambrate, riesce a risollevare una giornata che era stata così così e a regalarmi quella bella sensazione di gioia che ti danno quegli incontri da cui non ti saresti aspettata niente e che invece ti accompagneranno fino a sera.torrefazione consolini

Andrea, da quanto esiste la torrefazione Consolini e qual è la sua storia?

Andrea – Esiste dagli anni ’60 e affonda le sue radici proprio a Lambrate. Io sono nato in via Ventura 1 e mio padre aveva una drogheria dove oggi, proprio all’angolo tra via Ventura e via Conte Rosso, c’è il negozio di tatuaggi.

Sempre mio padre, che poi ci ha lasciati nell’81, ha visto che stavano costruendo un nuovo palazzo in viale Rombon e ha pensato di aprire una torrefazione dove sono andate a lavorare poi altre persone di famiglia, mentre io inizialmente ero impiegato  in una software house.

Fino a quando, a un certo punto, scelsi anche io di dedicarmi all’attività di famiglia, dove sono rimasto per alcuni anni fino a che mia sorella e il marito non sono andati ad Orvieto dove hanno deciso di avviare un’azienda agricola.

Sono andato a trovarli e mi sono innamorato del posto così ho deciso di trasferirmici, vendendo nel frattempo la licenza della torrefazione, ma non il negozio che, invece, venne dato in affitto.

Ho passato alcuni anni lì in Umbria, ho poi lavorato in una pelletteria a Milano fino a che non sono tornato alla torrefazione.

Una storia, come tante, che non ha un percorso lineare, ma che è fatta di ritorni. Com’è stato rientrare alla torrefazione?

Andrea – Per me ha voluto dire tornare in un posto dove tutti mi conoscevano, conoscevano mio nonno, i miei genitori, dove insomma c’è una sorta di rete. Una scelta importante non solo per ricostruire la storia della mia famiglia (Consolini è il cognome della madre, ndr) ma anche per me: mi ero stancato di lavorare come dipendente e avevo voglia di crearmi qualcosa di mio.

Tra l’altro, il periodo in cui la torrefazione non fu gestita dalla nostra famiglia non andò particolarmente bene e così dovetti rimboccarmi le maniche per riportarla a come era prima. Certo, negli anni, il business della torrefazione è andato calando, ma abbiamo comunque un nutrito numero di clienti.

E quanto un quartiere come Lambrate ha influito e influisce su un’attività del genere?

Andrea – Direi non poco perché buona parte dei clienti è di Lambrate, vive nelle vie vicine e ha la torrefazione come punto di riferimento.

Mentre stiamo parlando arriva un uomo di più o meno 50 anni, tentenna un attimo perché vede me e Andrea parlare, ma il proprietario della torrefazione lo anticipa: “Per te un po’ di Messico, un po’ di Israele” e gli macina il caffè sul momento. E sarà lo stesso anche con una signora anziana che va matta per i torroncini così come per un’altra che vuole uno dei 30 tipi di miele italiani che si trovano al suo interno. Andrea dimostra di conoscere bene i suoi clienti e i loro gusti…

Tornando a Lambrate, quanto è cambiata? E cosa ha conservato del vecchio quartiere?

Andrea – Sicuramente è cambiata, e non poco. Prendi via Conte Rosso, all’inizio era una via ricca, grazie anche alle fabbriche e agli operai, poi ha avuto un crollo fino a che, grazie al Fuorisalone, è nuovamente risorta. Il Salone ha creato movimento e una vera e propria rivoluzione.

Vedere questo ogni anno è per me che ci sono nato e cresciuto molto piacevole.

Devo dire che anche se è cambiata, Lambrate è riuscita a mantenere le sue connotazioni storiche con il campanile della Chiesa di San Martino che risale al XIV secolo o La Cappelletta del 1500 e tanto altro.

Tutto questo è ancora visibile così come è torrefazione consolinirimasta intatta la sua dimensione di quartiere, di piccolo paese, con quella rete e quei legami che si mantengono ancora. Lambrate è quasi un piccolo “budello” e continua a restare speciale.

Così come lo sono le persone: dalla tua posizione privilegiata di negoziante avrai avuto modo di conoscere meglio alcune, di vederle cambiare e di vedere in generale cambiare la gente che abita nel quartiere

Andrea – Sta cambiando, indubbiamente, e nell’ultimo periodo vedo la presenza di alcuni inglesi, per il resto è un quartiere in cui ci sono tanti anziani.

Tanti di loro vengono qui e ti raccontano le loro storie come quella donna che era convinta che il figlio, che si era fatto coinvolgere da una donna brasiliana, sarebbe rimasto con un palmo di naso (e me lo faceva capire sempre ogni volta che veniva). O ancora una donna di 98 anni che viene spesso qui, in compagnia di una donna più giovane. Ogni volta ci tiene a precisare “Lei è una mia amica”, per non volere ammettere che va in giro con la sua badante…

E tornando al caffè, qual è una miscela che rispecchia Lambrate?

Andrea – Una combinazione di dolce e amaro quindi Sumatra con Salvador.

E se vivete o lavorate a Lambrate, non vi resta che provarla ;-)

 

 

 

 

Be First to Comment

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *